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Risorse e produzione


Da un punto di vista ideologico la visione moderna del rapporto con la natura nasce anche dalla concezione giudaico-cristiana di un Dio che mette la Terra a completa disposizione dell’uomo “industrioso e di buona volontà”. Lo sfruttamento della natura viene visto come base del progresso e quasi un “dovere” per l’uomo. L’obiettivo ultimo diventa il possesso e il controllo sulla natura materiale e sugli esseri viventi. Locke vedeva la natura nel suo insieme come una risorsa da sfruttare, e scriveva: ”La Terra lasciata a se stessa può essere definita solo uno spreco.”

L’accelerazione si è avuta con la rivoluzione industriale e il sistema capitalistico di produzione, nel quale possiamo individuare un preciso nucleo di “valori” (se vogliamo chiamarli così) in rapporto alla natura:
    1) La natura come “capitale”, da sfruttare e far fruttare, deve essere fonte di profitto: alberi, animali, minerali, acque, suolo sono tutti beni da vendere e comprare sul mercato.

    2) Dalle risorse naturali occorre ricavare sempre di più di quanto investito e di quanto ricavato il giorno prima. È un sistema che non può cessare di espandersi. Se rallenta o ristagna, entra in crisi.

La conseguenza è la produzione senza fine di merci, che devono essere vendute e consumate (pena, appunto, una crisi economica). E perché ciò si realizzi in maniera costante e crescente, perché il meccanismo non si inceppi, è stato necessario espandere a dismisura i bisogni: bisogni non solo naturali, ma indotti, creati artificialmente dalla pubblicità martellante.

Ci sono anche, come in una guerra, i cosiddetti “danni collaterali”: cioè la marea montante dei rifiuti, destinati a moltiplicarsi, con cui diventa sempre più difficile fare i conti. Perché riciclo, riuso e soluzioni simili risultano incompatibili con gli obiettivi di una produzione economica “usa e getta”.

Il modo capitalistico di produzione contiene in sé un’etica pericolosa, per cui noi saremmo esseri sovrani, diversi da tutte le altre specie e indipendenti dalle limitazioni ambientali che gravano su tutti gli esseri viventi. Come se per noi non valesse la legge di natura che gli ecologi chiamano “capacità di carico” (corrispondente a quanti individui di una data specie può sostenere un determinato habitat senza subire danni permanenti e irreversibili). Se tale limite viene superato e l’ecosistema collassa, la popolazione è destinata inesorabilmente a ridursi. Come è stato scritto, alla popolazione umana “un pianeta non basta più”. Non sembri pertanto allarmistico prevedere che il boom demografico sfocerà in “lacrime e sangue”, cioè miseria, povertà, carestie, fame (che già affliggono dolorosamente gran parte del nostro pianeta).

Il desiderio di accumulare ricchezza è l’impulso “culturale” che ha portato l’Europa nel Nuovo Mondo e poi le multinazionali in ogni angolo della Terra. Tutto questo si chiama oggi globalizzazione. Kenneth Galbraith aveva coniato l’espressione “macina globale della produzione”: una specie di gigantesca gabbia per scoiattoli; tutti ne fanno parte e nessuno può o vuole uscirne. E ricordiamoci che “la macina globale” non produce benessere e ricchezza per tutti (come sostiene il neoliberismo): l’aumento della produzione non eliminerà mai la povertà, perché questa condizione è strutturale al sistema.

Così intanto, nell’età della globalizzazione neoliberista, la nostra specie è impegnata in quella che è stata definita la più grossa, ma forse l’ultima, “grande abbuffata” nella storia del nostro pianeta: Dio acceca coloro che vuol mandare in rovina. Un solo dato agghiacciante: ogni anno, nell’ultimo decennio, sono andate in fumo più foreste che in tutta la storia umana precedente!

Hans Jonas, il più importante esponente della contemporanea filosofia della natura, nel suo saggio “Il principio di responsabilità”, ha sottolineato che “l’uomo è diventato oggi per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per l’uomo”.

In conclusione, una domanda: può essere definita sostenibile una crescita economica basata: - sullo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili (petrolio, minerali, ecc.) fino al loro esaurimento? - sullo sfruttamento delle risorse naturali rinnovabili (foreste, acqua, suolo coltivabile, ecc.) oltre la loro capacità di rigenerazione? - su uno sfruttamento che determini il graduale deterioramento della qualità delle risorse naturali a causa dell’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dell’impoverimento della fertilità del suolo, della desertificazione e così via? Perché è questo che sta avvenendo.

Su questa strada andremo incontro, inevitabilmente, a guerre per la conquista e il possesso delle risorse naturali (petrolio, acqua, ecc.). E più d’una c’è già stata.

I dinosauri sono stati i dominatori del pianeta per oltre 120 milioni di anni, e si sono estinti non per colpa loro. A meno di non invertire subito e drasticamente la rotta, la nostra specie avrà “dominato” questo pianeta per un periodo di tempo molto più breve dei suoi potenti predecessori rettili. Riusciremo a fare peggio dei dinosauri?

Attenzione però!
  • Quando parliamo di distruzione-devastazione di habitat, risorse, ambiente, ecc. noi umani siamo portati a vedere nella cosiddetta “Natura”, personificandola, qualcosa di individuale e vivo (Gaia), che viene danneggiato, deturpato, oltraggiato.
  • Ora, l’insieme delle condizioni fisico-chimiche e organiche del nostro pianeta, che noi chiamiamo “Natura”, è quello che è e sarà in futuro quello che diventerà in maniera assolutamente indifferente alla vita e alla sopravvivenza di determinate specie, compreso l’homo sapiens.
  • Con variazioni più o meno rilevanti nei suoi equilibri fisico-chimici e meteorologici il nostro pianeta continuerà ad esistere e a ruotare attorno al suo Sole finché questo non si trasformerà in una nova.
  • Per cui, bruciando combustibili fossili, inquinando, producendo rifiuti non degradabili e scorie nucleari, distruggendo le foreste, noi non facciamo che alterare “un po’” le condizioni ambientali che consentono la vita alla nostra specie e a qualche altra.
  • Il rischio non è “distruggere la natura”, ma solo quel limitato spettro di condizioni ambientali che consentono la nostra esistenza, la quale diventerà sempre più difficoltosa (fino, forse, ad essere impossibile).
  • La natura – a meno che non la si intenda come espressione della divinità (Deus sive Natura, diceva Spinoza) – resterà del tutto inconsapevole e indifferente, come in passato, alla scomparsa di qualche specie vivente, compresa la nostra.
Facciamo tesoro, allora, dell’invito delicato e profondo alla “leggerezza”, che ci viene da Leopardi e che noi oggi potremmo intendere ecologicamente:

Sopra un fragile cristallo l’inverno guida i loro passi:
il precipizio è sotto il ghiaccio,
scivolate, mortali, non premete il piede.
[Dallo Zibaldone]


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